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Dai 30 in su ora è POS…SIBILE

POSArticolo a cura di Lilli De Liddo

Dal 30 giugno, col decreto del Ministero dell’Economia e Finanze numero 51 del 14 febbraio 2014, tutte le imprese e i professionisti che esercitano l’attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali, a prescindere dal fatturato, sono tenuti ad accettare anche pagamenti effettuati attraverso Pos (Point of Sale) utilizzando bancomat, carte di credito, di debito e prepagate. L’obbligo è previsto dal Decreto Ministeriale 24/01/2014 (Disposizioni sui pagamenti elettronici) e riguarda le transazioni aventi come oggetto la vendita di beni, servizi e prestazioni professionali con costo di acquisto a partire da 30 euro

Questa è la disposizione che ha dato attuazione all’articolo 15, comma 4 e 5 del Dl 179 del 18 ottobre 2012. La decorrenza dell’obbligo, inizialmente fissata al 1° gennaio 2014, è stata poi differita al 30 giugno dello stesso anno dall’articolo 9, comma 15-bis del Dl 30 dicembre 2013, n. 150 (milleproroghe). Il testo iniziale si rivolgeva unicamente alle imprese e ai professionisti con fatturato superiore a 200mila euro nell’anno precedente a quello del pagamento ma poiché il limite avrebbe generato confusione nei consumatori nel rapportarsi con gli esercenti, l’attuale testo ha eliminato il criterio del fatturato.

La norma non prevede sanzioni per i non adempienti. Il sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze, Enrico Zanetti, ha chiarito questo aspetto sostenendo che le norme sul POS non creano un obbligo giuridico, ma piuttosto un onere, che pesa sul professionista solo se il cliente chiede di pagare il servizio con moneta elettronica. In altre parole, il decreto non crea un obbligo per il professionista, ma dà al cliente una scelta in più sulla forma di pagamento da utilizzare.

La disposizione segue quella, sempre contenuta nel Decreto Salva Italia (DL n. 201/2011), che ha vietato i pagamenti in denaro contante tra soggetti diversi in un’unica soluzione di importo superiore o uguale a mille euro. Con questi interventi il legislatore mira ad incoraggiare l’uso degli strumenti elettronici di pagamento, come efficace metodo per il contrasto all’uso del denaro contante e di conseguenza all’evasione fiscale.

Non tutti i soggetti obbligati hanno accolto con fiducia la novità.

Per esempio, il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC) lo ritiene «un’inutile vessazione che costringerebbe gli architetti a sostenere i costi di attivazione, installazione e di utilizzo»Secondo una recente indagine della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, infatti, il nuovo obbligo previsto dal Decreto Crescita 2.0 (DL n. 179/2012) frutterà alle banche più di 2 miliardi di euro l’anno, senza portare grandi giovamenti all’attività dei professionisti, escludendo peraltro le carte di credito. Secondo una stima della Cgia Mestre, tra canone mensile, canone annuale e percentuale di commissione sull’incasso, un professionista o un’impresa con un ricavo annuo pari a 100 mila euro dovrebbe sostenere una spesa di circa 1200 euro all’anno.

A detta del Cnappc, dato che le norme in vigore non prevedono nessuna sanzione, l’unica azione possibile contro il professionista sarebbe una denuncia alla Guardia di Finanza, che si risolverebbe però dimostrando che è stato adottato un altro sistema di pagamento tracciabile.

A marzo il Consiglio Nazionale degli Architetti ha presentato ricorso al Tar contro l’obbligo per i professionisti di dotarsi entro il 30 giugno di sistemi Point of Sale (POS) per l’incasso delle parcelle, ma è stato respinto. Nello stesso mese il Consiglio nazionale degli ingegneri (Cni) aveva annunciato di voler ricorrere all’Antitrust contro una norma definita “ennesimo regalo alle banche” (http://www.to.archiworld.it/OTO/Engine/RAServePG.php/P/74711OTO1100/M/26721OTO1710).

Per tutelare anche l’esercente che dovrà utilizzare il POS per le transazioni con moneta elettronica, il legislatore ha emanato il nuovo regolamento sulle commissioni, operativo dal 29 luglio: i negozianti e professionisti pagheranno alla società finanziaria che gestisce il circuito di pagamento commissioni  modulate in base a: tipologia di carta (credito, debito, prepagata),  volumi delle transazioni , circuito a cui appartiene,  volumi realizzati dall’esercente. Le commissioni dovranno inoltre contenere una clausola di revisione periodica, almeno annuale, correlata all’andamento di volumi di vendita e valore delle operazioni.

La tecnologia interviene anche in questa novità proponendo piccoli dispositivi dotati di tastierino digitale che si connettono allo smartphone, trasformandolo in lettore POS, per la transazione ed emettono ricevuta email, supportando un ampio numero di carte di credito e di debito spesso affiancabile a scontrino digitale e cartaceo via stampante wireless.

Uno dei più recenti dispositivi in commercio è il Mobile POS Move and Pay di Setefi (Intesa Sanpaolo), distribuito anche da Vodafone. Tramite la connessione Bluetooth si collega a smartphone e tablet iOs e Android e li abilita a POS . Il dispositivo supporta carte Visa, Mastercard, Maestro, Diners, Jcb, American Express e Moneta èd è l’unico in grado di supportare il circuito nazionale Pagobancomat (gli altri accettano i bancomat solo via circuiti internazionali) oltre ai pagamenti contactless (con carte di credito e cellulari abilitati NFC).

I giornalisti del sito pmi.it hanno contattato le diverse aziende per qualche chiarimento in merito ai costi. Se il dispositivo si prende in banca si paga un canone mensile di 2 euro, con Vodafone si pagano 12 euro ma si ottiene anche un tablet e 4G di Internet Mobile. Al canone si deve sommare una commissione variabile  a seconda della categoria merceologica dell’esercente, da “contrattare” recandosi in banca. A quanto ci risulta, parliamo di circa 1,5% su Pagobancomat e 1,95% sulle carte.

 


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