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PERCHÈ DOVREMMO ADERIRE AD UNA FORMA DI PREVIDENZA COMPLEMENTARE ?

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Articolo a cura di Michele Annicchiarico.

Secondo la relazione pubblicata dalla COVIP pochi giorni fa, soltanto il 25,1% dei lavoratori italiani è iscritto ad una F.P.C.
Ciò deriva da una fatiscente educazione finanziaria e spiega dunque lo scarso sviluppo del mercato dei fondi pensione in Italia.

Ma lasciare il proprio TFR in azienda è sempre la soluzione migliore? Vediamo…

Innanzitutto voglio sottlineare che “lasciare il Tfr in azienda” è un espressone usata spesso impropriamente. Il TFR infatti è effettivamente accantonato nelle casse aziendali solo se l’azienda ha meno di 50 dipendenti e si applicano in tal cse le disposizioni previste dal codice civile in materia.
Se invece l’azienda h più di 50 dipendenti, il TFR viene versato al fondo di tesoreria dell’ INPS, se non è stata effettuata scelta di destinazione diversa o se il contratto collettivo non prevede diversamente.
In entrambe le due casistiche, al momento della cessazione del rapporto di lavoro (licenziamento, dimissioni, pensionamento), il TFR viene erogato al lavoratore in un’unica soluzione ed è soggetto in sede di dichiarazione dei redditi all’applicazione dell’aliquota IRPEF corrispondente al proprio scaglione di reddito. In media tale tassazione è pari al 27%

L’impoverimento sempre più ingente delle casse dell’ INPS, che non consentirà alla popolazione attiva attuale e alle generazioni future una vita pensionistica dignitosa (con una pensione pari al 50% circa del reddito percepito in età lavorativa), ha portato, con la Riforma del 2007 all’istituzione della PREVIDENZA COMPLEMENTARE.
L’obiettivo dello Stato con tale Riforma è stato quello di mettere in guardia il lavoratore e responsabilizzarlo nel colmare le carenze del Sistema Pensionistico Italiano e la riduzione delle coperture promesse, attraverso un forte incentivo al risparmio in età lavorativa.

L’elemento cardine della Previdenza Complementare è stato individuato proprio nel TFR e nella possibilità di trasferirlo dalle casse aziendali o dal Fondo di Tesoreria dell’ INPS ad altre forme di gestione con il riconoscimento di alcune agevolazioni fiscali.

Facciamo una breve analisi di cosa accade nel caso in cui si decida di lasciare il TFR in azienda (o al Fondo gestito dell’ INPS) o se decido di trasferirlo ad una F.P.C.

Nel primo caso:
1) le quote annuali del TFR sono rivalutate ad un tasso fisso dell’1,5% a cui si aggiunge il 75% del tasso di variazione del costo della vita accertato dall’ ISTAT. In media, tale rivalutazione si attesta al 2,3%

2) come già detto, al momento della cessazione del rapporto di lavoro, il TFR erogato (la vecchia liquidazione) verrà erogato in un’unica soluzione e sarà soggetta a tassazione Irpef. Lasceremo pertanto irrisolto il problema principale: l’enorme gap tra il reddito percepito in età lavorativa e quello che percepiremo al termine della stessa.

Nel secondo caso:

1) La rivalutazione del TFR è sicuramente maggiore. Secondo i dati pubblicati da IVASS e COVIP, a partire dal 2007, il rendimento medio annuo dei fondi Pensione è stato del 4% circa.

2) La tassazione massima del capitale erogato al lavoratore è del 15%. Dopo il 15° anno di adesione al fondo tale percentuale si riduce dello 0,3% annuo, fino a raggiungere la soglia massima di 6 punti percentuali, riducendo l’ aliquota di tassazione sino al 9%.

3) Gli eventuali contributi versati volontariamente, in aggiunta alla quota di TFR, sono deducibili dal reddito complessivo in misura massima di 5.164,57 euro. Ciò è previsto anche se la contribuzione viene effettuata a favore di soggetti fiscalmente a carico.

4) I rendimenti di gestione del fondo sono tassati all’ 11% anzichè al 12,5% come avviene per qualsiasi forma di risparmio finanziario.

5) il capitale accumulato verrà erogato al lavoratore per almeno il 50% sottoforma di rendita vitalizia, ad integerazione di quanto sarà erogato invece dall’ INPS. la restante parte potrà essere erogata o in unica soluzione. Si potrà anche decidere di tramutare tutto in rendita vitalizia.

Conti alla mano dunque, la risposta a mio avviso corretta alla domanda ” lasciare il TFR in azienda è la soluzione migliore?” è NO!!!

Vorrei avvalorare questa affermazione rispondendo ad alcune domande che spesso mi vengono rivolte, sfatando così alcuni falsi miti.

D: Ma se fallisce la Compagnia Assicurativa a cui affido il mio TFR, cosa succede ai miei soldi?

R: Nulla. La gestione dei fondi pensione è una gestione SEPARATA dalla gestione ordinaria dell’ intermediario. Per cui il nostro capitale è al sicuro. Stiamo infatti parlando di una copertura o prodotto assicurativo con obbligo di rendicontazione semestrale alla COVIP ( Autorità di vigilanza sui Fondi Pensione), non di un prodotto finanziario di investimento, magari emesso dalle Banche per fini di raccolta di liquidità tra il pubblico.

D: Quanto costa aderire ad una F.P.C?
R: Assolutamente nulla!!! il TFR è un accantonamento effettuato dal datore di lavoro che sarà disponibile nelle tasche del lavoratore solo al termine dell’attività lavorativa (salvo richieste di anticipo secondo le disposizioni previste). Pertanto è sufficiente solo fare richiesta esplicita al datore di lavoro attraverso apposito modulo. E’ un costo sostenuto dal datore di lavoro, che dunque da quel momento verserà il TFR alla F.P.C. scelta, senza alcun tipo di detrazione ulteriore dallo stipendio percepito.

D: A quali vincoli sono soggetto?
R: A nessuno. Ribadisco che l’adesione ad una F.P.C. è una scelta. Dopo due anni di adesione al Fondo Pensione scelto, la posizione previdenziale costruita sino a quel momento può essere trasferita ad altro Fondo.

In breve abbiamo nelle nostre mani uno strumento che.

– Non ha rischi
– Non ha costi
– Non ha vincoli ( se non quelli comuni a tutti i fondi pensione previsti dalla normativa vigente)

Abbiamo un’ opportunità concreta di costruire un futuro pensionistico solido e una fonte di ingente risparmio nel presente. Ciò per cui in fin dei conti si lavora una vita, ma che rischiamo di veder svanire.

Vuoi ancora aspettare?

 


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